Direttiva sul Copyright del Parlamento Europeo: cosa è successo e cosa succederà?

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La tanto discussa riforma sul copyright è ora ufficialmente realtà. Che si sia a favore o contro, non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno: fin dall’inizio del suo iter parlamentare, questa norma è stata al centro dell’attenzione mediatica, anche perché è stata bersagliata dalle critiche da più parti. Si tratta in ogni caso di un cambiamento necessario, se contiamo che la precedente direttiva era datata 2001 e faceva riferimento a siti come Ebay.

Ma cosa implica la sua approvazione da parte del Parlamento Europeo, sia dal punto di vista degli obblighi per gli stati membri che dal punto di vista della nostra vita quotidiana?

Cominciamo con il rassicurare tutti i nerd in ascolto: Wikipedia e i meme sono salvi. Tuttavia le conseguenze sulla vita dell’utente medio sono parecchie, soprattutto se consideriamo il lungo termine. In questo articolo faremo chiarezza su quello che effettivamente dice la direttiva europea, su cosa significa per utenti, piattaforme e editori, su quali scenari futuri apre questa riforma e quali dubbi lascia.

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Cosa è successo

Le tappe di questa vicenda

A fine 2015, la Commissione Europea – tramite una comunicazione agli altri organi dell’Unione – ha auspicato la creazione di un “quadro normativo moderno e più europeo sul diritto d’autore”: questa indicazione è stata recepita, e nel 2016 sono iniziati i lavori sulla direttiva (e con essi le polemiche).

Dopo un iter che ha visto il Parlamento Europeo fortemente diviso e il rigetto della proposta nel luglio 2018, sono stati introdotti quasi 50 emendamenti, che hanno ridimensionato gli aspetti più criticati di questa riforma (ad esempio garantendo il diritto di utilizzo ai fini di critica o parodia, escludendo i link, le piattaforme ad uso didattico, le open source, le piccole imprese e le startup).

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Nel febbraio 2019 gli stati membri hanno approvato il nuovo accordo, che lo scorso 26 marzo è stato approvato anche dal Parlamento Europeo con 348 sì e 274 no. Ora gli Stati Membri hanno due anni di tempo per recepire la direttiva e trasformarla in legge (come specificato nell’art. 21): quella approvata il 26 marzo infatti non è una legge, ma un obiettivo comune dell’Unione, e sta ad ogni Stato decidere come raggiungerlo.

Il testo approvato

Il testo della direttiva europea sul copyright approvato dal Parlamento Europeo, come detto, è stato emendato e si presenta dunque piuttosto diverso rispetto a quello iniziale, che aveva suscitato molto scalpore. Anzitutto, la numerazione degli articoli è differente: infatti, i due più controversi – che originariamente erano l’art.11 e l’art. 13 – nel testo definitivo sono rispettivamente l’art. 15 e l’art. 17.

Gli obiettivi preposti

Come specificato nell’articolo 1, l’obiettivo di questa direttiva è stabilire “norme volte ad armonizzare ulteriormente il quadro giuridico dell’Unione applicabile al diritto d’autore e ai diritti connessi nell’ambito del mercato interno, tenendo conto in particolare degli utilizzi digitali e transfrontalieri dei contenuti protetti”. Inoltre, la direttiva vuole stabilire “norme riguardanti le eccezioni e le limitazioni al diritto d’autore e ai diritti connessi, l’agevolazione nell’ottenimento delle licenze, nonché norme miranti a garantire il buon funzionamento del mercato per lo sfruttamento delle opere e altri materiali”.

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Già dall’introduzione, si evince chiaramente che questa riforma del copyright è stata fortemente voluta dagli editori, dalle associazioni di autori e creativi e dalle etichette discografiche, che infatti si sono subito mostrati entusiasti dopo l’approvazione della stessa.

In Italia, si sono espressi a sostegno della direttiva sia alcuni sindacati e forze politiche, che personalità di spicco del mondo della cultura come Ennio Morricone, e naturalmente la Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG) e la Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI).

Carlo Perrone, presidente dell’European Newspaper Publishers’ Association, dopo l’approvazione del 26 marzo, ha dichiarato che “gli utenti del web si vedono ora garantito un internet democratico e pluralista”, mentre la Commissaria al Digitale Mariya Gabriel ha dichiarato che quello della direttiva è “un testo equilibrato e ambizioso, che riconcilia i vari interessi in gioco. I creatori e gli altri detentori di diritti saranno equamente retribuiti e l’impatto sui prestatori di servizi rimarrà proporzionato e gli utenti e la loro libertà di espressione saranno protetti”.

Tuttavia, sono in molti ad essersi dimostrati quantomeno scettici nei confronti della nuova direttiva, e non mancano veri e propri detrattori che si sono opposti fermamente a questo provvedimento: non sono in pochi infatti a pensare che il nuovo quadro legislativo costituirà una limitazione della libertà alla base del concetto stesso di World Wide Web, e che il diritto d’autore sia stato invocato soltanto per rivendicare le ingenti perdite dell’industria creativa.

Le critiche alla Direttiva Europea sul Copyright

L’obiettivo di questa direttiva, come detto in apertura, è quello di armonizzare e modernizzare il quadro normativo dei singoli stati membri. La scelta stessa di questo strumento legislativo è stata criticata, poiché la direttiva – a differenza del regolamento – non impone nuove leggi, ma obiettivi comuni: il rischio, secondo coloro che muovono tale critica, è che ai singoli stati sia dato troppo margine di manovra, sia perché si tratta di una direttiva, sia perché il testo della stessa lascia alcune zone grigie.

Gli articoli più criticati di questa direttiva, come accennato, sono stati l’art. 15 e l’art. 17 (nelle precedenti versioni artt. 11 e 13), rispettivamente riguardanti la protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo online e l’utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti online (che è la definizione legale delle piattaforme).

L’art. 15 (ex art. 11) della direttiva europea sul copyright

L’art. 15 è quello relativo al compenso per il riutilizzo di articoli giornalistici. In sostanza, è stata riconosciuta agli editori la facoltà di farsi corrispondere un compenso da parte delle piattaforme per il riutilizzo di articoli giornalistici, mentre è stato chiarito che snippet e descrizioni molto brevi non sono protetti dal diritto d’autore.

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Non si tratta di una novità in Europa: ad esempio, in Spagna già vige una legislazione di questo tipo, che infatti ha spinto Google spagnolo a chiudere la sezione News. Non è certo questo l’obiettivo della nuova direttiva europea, ma certamente è un precedente che non può essere ignorato, poiché significa che già in un caso questa norma si è rivelata inefficace nei confronti di un aggregatore di notizie.

Inoltre, la definizione è quantomeno vaga: cosa significa “molto brevi” in termini di caratteri? Ogni Stato Membro avrà la facoltà di interpretare questa indicazione come meglio crede. In origine, questo articolo contemplava anche l’introduzione di una link tax, una tassa sui link, che però è stata stralciata dalla versione definitiva approvata il 26 marzo.  Questo è uno snodo importante: coloro che producono contenuti in merito a notizie si lamentano da tempo che siti come Google News hanno costruito un vasto pubblico semplicemente fornendo link a notizie scritte da altre persone, senza condividere i loro profitti con gli editori. L’articolo 15 ha lo scopo di cambiare questo assetto, dando agli editori di notizie un maggiore controllo sul modo in cui le piattaforme tecnologiche estraggono contenuti e si collegano agli articoli altrui. Come riporta Altalex, magazina di informazione giuridica, “le piattaforme che offrono questi servizi (Google, Facebook, Youtube e le altre) dovranno concordare con editori e titolari dei contenuti raccolti e distribuiti un compenso sui materiali riutilizzati. Sono esclusi (contrariamente a quanto più volte evidenziato), iperlink e snippet. Questo significa che le piattaforme potranno anche aggregare titoli e didascalie senza nulla dovere, ma dovranno rimandare al sito “proprietario”. Gli editori potrebbero però anche decidere di non mettere a disposizione i propri contenuti (neanche dietro compenso) e, in questo caso, le piattaforme dovranno vigilare (come, per altro, fa già Youtube con i video) che non ci sia un copyright e, quindi, eventualmente segnalare o bloccarne la diffusione.”

L’art. 17 (ex art. 13) della direttiva europea sul copyright

L’art. 17 invece riguarda la diffusione tramite le piattaforme di materiale coperto da diritto d’autore, e in sostanza attribuisce alla piattaforma stessa il dovere di vigilare affinché tale diffusione non abbia luogo. Sono esentate da questo obbligo le Startup nei primi tre anni di attività il cui fatturato non superi i 10 milioni di euro.

L’intento era chiaramente quello di responsabilizzare le grandi piattaforme sul tema del materiale coperto da copyright, ed è certo che nè Facebook nè Youtube avranno stappato lo champagne per l’approvazione di questo articolo nello specifico. Ma siamo sicuri che il giro di vite andrà a colpire davvero questi giganti?

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La verità è che probabilmente, sul lungo termine, saranno ancora le grandi piattaforme a scamparla, per una semplice ragione: gli obblighi di controllo introdotti dalla normativa sono troppo onerosi per le tasche di quasi tutti gli altri, che pertanto o cercheranno di restare entro i limiti suddetti, oppure dovranno soccombere, finendo per consolidare il monopolio dei colossi.

Tuttavia, anche per i grandi questa stretta sui controlli potrebbe rappresentare un fastidio di troppo: le grandi piattaforme sono già dotate di sistemi di filtraggio automatici, e per far fronte ai nuovi obblighi potrebbero decretare a loro volta una forte stretta sulla condivisione dei contenuti da parte degli utenti, e bloccarne molti a priori.

Le zone grigie non chiarite dai due articoli

Come detto, una delle voci che più frequentemente si sono levate contro questa direttiva è quella che sostiene che non è sufficientemente precisa in alcuni punti. Effettivamente, l’art. 15 nella sua ultima versione fa riferimento al fatto che gli “estratti molto brevi” esulano dagli obblighi illustrati in precedenza, ma senza specificare in quanti caratteri consista tale brevità.

L’art. 17 invece dichiara che le piattaforme non sono da ritenere responsabili per la pubblicazione di materiale coperto da copyright se dimostrano di aver fatto del loro meglio (sic) sia per ottenere dal titolare dei diritti un’autorizzazione, sia per evitare che contenuti non autorizzati venissero pubblicati: come verranno quantificati questi best efforts nelle leggi dei singoli Stati Membri e nei tribunali?

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Cosa potrebbe succedere adesso

I detrattori più accaniti di questa riforma (tra i quali, ad esempio la Wikimedia Foundation) sostengono che si tradurrà in una legge bavaglio, andando a minare uno dei pilastri dell’Internet stesso, ovvero la libera circolazione delle informazioni.

Si tratta chiaramente di un’iperbole, dal momento che i rischi maggiori che erano stati ventilati sono stati in realtà scongiurati: infatti, sono stati esclusi dal campo di applicazione di questa direttiva le enciclopedie online senza fini commerciali (come Wikipedia), piattaforme per la condivisione di software open source (come Github) e Cloud, ma anche i contenuti utilizzati a scopo umoristico, di critica, di parodia o di citazione.

Al di là dei problemi legati al (troppo) vasto spazio di manovra lasciato dalla direttiva, rimangono delle perplessità a livello ideologico sull’opportunità di questa norma nella sua essenza.

La filosofia di Internet

Partiamo da un principio inconfutabile: i giganti come Google e Facebook finora hanno beneficiato della mancanza di una normativa (ricordiamo che la precedente direttiva a livello europeo risale al 2001, quando Google era appena nato e Facebook nemmeno esisteva).

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Ma siamo sicuri che questo sia il modo giusto per limitare il loro strapotere? Come abbiamo già detto, dal punto di vista pratico la direttiva rischia di essere un boomerang. Ma anche dal punto di vista ideologico, sembra che un nodo fondamentale sia stato ignorato: nel 2019, le grandi piattaforme sono il veicolo più importante di informazioni, e questo servizio genera di per sé un ulteriore valore.

Dunque, questo valore aggiunto dovrebbe essere riconosciuto? Su che base è stato stabilito che esso sia inferiore a quello del contenuto stesso? In sostanza, se – come potrebbe accadere – le piattaforme smettessero di diffondere contenuti coperti da copyright, questi contenuti continuerebbero ad esistere? Oppure ancora, i suddetti contenuti verrebbero soppiantati da quelli prodotti dalle piattaforme stesse (ad esempio, da Facebook)?

Il trilemma della libera circolazione di informazioni su Internet

Le informazioni che circolano sul web poggiano su un sistema che possiamo rappresentare con un triangolo, ai cui vertici troviamo le piattaforme, gli utenti e gli editori (che a loro volta hanno un rapporto esclusivo con gli autori).

È possibile mantenere in equilibrio questi tre elementi? Apparentemente no, perché il rapporto tra due elementi del trilemma taglia fuori immancabilmente il terzo: anche la nuova direttiva europea sembra andare in questa direzione.

Primo scenario: cosa succederà con la nuova direttiva europea sul copyright

Come detto, la nuova direttiva europea sul copyright ha lo scopo (dichiarato) di incentivare gli accordi economici tra le piattaforme e gli editori: il grande escluso da questo schema, però, è l’utente.

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In termini concreti, se gli accordi che la direttiva vuole promuovere venissero effettivamente stipulati, tutte le informazioni che raggiungono l’utente sarebbero frutto di una mera transazione economica: ad esempio, Google News mostrerebbe solo i risultati delle testate con le quali ha raggiunto un’intesa in termini monetari, il che andrebbe ad inficiare ulteriormente la già precaria “democrazia” che finora vigeva.

Ma, come già abbiamo detto, non è per niente certo che la direttiva sortirà gli effetti voluti: le grandi piattaforme potrebbero infatti rifiutarsi di pagare per ottenere i contenuti degli editori.

Secondo scenario: la scomparsa degli editori

Se effettivamente la direttiva si dovesse rivelare un enorme boomerang, ovvero se le piattaforme si rifiutassero di pagare (ipotesi non così remota), potremmo arrivare alla situazione paradossale in cui tutti i contenuti presenti sulle piattaforme sono generati dagli utenti.

L’apoteosi della libera circolazione delle informazioni su internet? Forse, o più probabilmente si aprirebbe l’era della post-verità nel suo massimo fulgore: infatti, non va dimenticato che i contenuti prodotti dagli editori sono soggetti ad una specifica regolamentazione, che in alcun modo sarebbe applicabile a quelli generati dagli utenti.

In realtà la scomparsa totale degli editori è uno scenario piuttosto improbabile, ma un abbassamento generale della qualità dei contenuti nel caso in cui gli editori uscissero sconfitti da questo scontro è invece molto probabile.

Terzo scenario: l’evoluzione delle piattaforme

Questo scenario è forse quello più lontano, ma non per questo è da considerarsi del tutto improbabile: nello scontro tra le piattaforme e gli editori, gli utenti potrebbero scegliere di schierarsi con questi ultimi.

Nella pratica, significa che la scomparsa delle grandi testate da Facebook, per esempio, potrebbe riportare molti utenti ad informarsi sul sito di un certo quotidiano, anziché sulla sua pagina social, e quindi accelerare di molto la caduta (già in atto) del social network.

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Idealmente, sul lungo periodo ciò costringerebbe la piattaforma ad evolversi, oppure finirebbe col privilegiare nuove piattaforme che rispondono alle nuove istanze presentate dagli utenti.

Ai posteri l’ardua sentenza

Quel che è certo è che questa nuova direttiva europea sul copyright arriva quando il potere delle grandi piattaforme è ormai più che consolidato e con ogni probabilità poco potranno le nuove norme che gli Stati Membri dell’Unione sono tenuti a varare entro il 2021.


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